Trentino & Irpinia, tripudio di sentori e sapori

Trentino & Irpinia, tripudio di sentori e sapori

Trentino & Irpinia, tripudio di sentori e sapori

I viaggi di vacanza sono, spesso, organizzati minuziosamente oppure last minute e, dunque, senza un vero programma, solo con una meta definita. Questo è il caso della mia due giorni in terra di vini come la mia, l’Irpinia. Forse, è per questa simile origine che fra due produttrici così lontane è nata quella che è diventata una lunga amicizia.
Grazie a Romina posso permettermi all’ultimo minuto di acquistare un biglietto e ritrovarmi, dopo poche ore, invece, che fra le mie colline, in mezzo alle montagne del Trentino, spettacolari sin dall’autostrada, perché il confine con il Veronese è evidente semplicemente guardando come è diverso il panorama: la pianura cede il passo alle montagne che ti sovrastano, ti dominano, ti avvolgono.
Pur essendo la temperatura insolitamente mite anche da queste parti, in questo strano inverno, decidiamo per due giorni di relax e chiacchere, senza tabelle di marcia per correre da un posto ad un altro. I pranzi sono, dunque, casalinghi perché dopo le feste bisogna mettere fine alle “coccole” culinarie; è vero, però, che pure semplici piatti, come il radicchio al forno, sono ricchi di sapore. Delizioso anche l’abbinamento con il Trento Doc Maso Poli prodotto dalla mia amica, che assaggio per la prima volta. E’, infatti, una novità fresca di battesimo anche per la stampa. Cuvée di Chardonnay (80%), parzialmente fermentato in barrique, e Pinot Nero (20%), questo Trento Doc è una riserva di cinquanta mesi prodotta dalle uve dai vigneti aziendali. Perfetta espressione del territorio montano di origine ha caratteri di eleganza dell’acidità e mineralità, esaltate dall’intenso profumo di mela.
Se il Trento Doc è protagonista in tavola, il dopo pranzo è fatto di lunghe passeggiate fra i campi di Roveré della Luna, ultimo avamposto del Trentino verso l’Alto-Adige. Mi godo il panorama, ma scopro anche un po’ di storia di questo piccolo paese, o meglio degli usi e costumi agricoli e di come sono cambiati nei decenni.
I campi fra cui camminiamo sono un fondovalle ricoperto di vigneti, per la gran parte a Pinot Grigio, Schiava, Lagrein, Gewutztraminer, Chardonnay, Moscato Giallo.
Mi colpisce particolarmente il sistema della gestione dei terreni comunali e la sua evoluzione. Con le bonifiche del dopo guerra erano stati recuperati circa una trentina di ettari da mettere a coltura. Il piccolo Comune decise, pertanto, di frazionarli in piccoli lotti da assegnare, dietro pagamento di un contributo sul raccolto, alle famiglie più povere e numerose, alle vedove di guerra o alle donne che avevano i mariti lontani, perché anche queste terre, oggi ricche ed industriose, hanno conosciuto fenomeni migratori. Era questo un sistema di aiuto concreto fondato sulla dignità del lavoro, “il lavoro che facevi con le tue mani”. In virtù di ciò, questi appezzamenti vennero chiamati “sort”, termine dialettale per indicare l’augurio di una buona sorte.
La mia amica mi racconta poi che, fino ad una ventina d’anni fa, c’era anche l’uso che i contadini donassero l’ultimo carro di uva alla Chiesa o alla scuola materna, contribuendo così al finanziamento delle strutture comuni.
Oggi, chiaramente, mutati i tempi, le “sort” continuano ad essere assegnate, ma attraverso bandi di gara e i contadini sono, spesso, veri imprenditori agricoli, che coltivano più lotti. Trovo, comunque, pur cambiata la filosofia di base, questa gestione del territorio assolutamente interessante, non più dal punto di vista dell’aspetto solidale, ma quale strumento di difesa del territorio che non resta abbandonato.
L’operosità, la capacità di rimboccarsi le maniche mi sembrano tratti caratteristici di queste genti che vivono fra montagne all’apparenza inaccessibili, le cui valli sono ordinatamente e bellamente coltivate. Indubbia è anche l’attitudine trentina di adattarsi ai tempi come scopro in Val di Non, la più ampia del Trentino. E’ a metà del Novecento che i meleti lì sostituirono i vigneti ed arrivò il benessere.
Eppure questa valle è molto di più, in breve potrei dire acqua, natura e cultura.
Numerosi i laghi, uno addirittura artificiale, il Santa Giustina, nel mezzo, bacino che raccoglie le acque dei molti fiumi e ruscelli che hanno scavata la valle, facendola conoscere anche come la Valle del Canyon.
E’ la sera della Befana ed arriviamo a Brez in uno dei luoghi dove deve sostare chiunque apprezzi una vacanza gourmande.
Come ho visto in tanti angoli dei paesi che abbiamo attraversato, qui è tradizione che i presepi ornino le strade, piccoli o grandi, originali o tradizionali che siano.
Quello della Locanda Alpina, dove stiamo per entrare, è autenticamente figlio del luogo con la sua natività ospitata in una slitta. Straordinario sarà anche tutto il resto in questa serata, grazie all’accoglienza coi fiocchi di Silvana, donna del vino trentina, e di Danilo, suo marito, che ci riceve.
L’atmosfera è tipicamente di montagna, ti ricorda il passato asburgico con le mappe alle pareti, ma ti scalda il cuore non solo la stufa ole, ma, soprattutto, il calore di questa famiglia che gestisce da generazioni la locanda. Seppur diventata un elegante relais, mantiene intatto lo spirito di oasi di ristoro, come quando era stazione di cambi di cavallo, quando un viaggio fra queste montagne era, per buona parte dell’anno, di una durezza estrema.
Oggi ti godi una sosta che sa di raffinatezze, negli arredi come nella tavola.
La cucina parla di territorio, ma in maniera assolutamente originale.
Silvana, oramai coadiuvata in cucina dalla figlia Giulia, che ama dedicarsi ai dolci, e dal figlio, punta sulle paste tirate a mano, sulle verdure del proprio orto, sulle tante mostarde preparata con la frutta di questi luoghi, mele in testa, le carni perfettamente frollate, tanto da sembrare un burro che si scioglie in bocca.
Il marito Danilo, uomo che mi appare schivo e riservato, con la maestria di un direttore di orchestra tiene il tempo, facendo interagire perfettamente cucina e servizio in sala.
Che dire della cena? il benvenuto è un piccolo bouquet fatto di patatine fritte e speck, cui segue l’immancabile canederlo in brodo, il tutto a precedere gli antipasti. Ci dividiamo degli strepitosi i salumi, speck in testa, ma notevole è anche la mortandella, un salume tipico del posto e lavorato a ricordare una mortadella emiliana, l’uovo con i funghi trifolati su un letto di broccoli. Come pietanza principale da condividere tre sono le nostre scelte: un arrosto di maiale, una guancetta brasata e gli gnocchi di patate crude, il mio piatto preferito. Diversamente da quanto si fa in altri luoghi, Silvana si mantiene fedele alla tradizione della valle e prepara gli gnocchi utilizzando le patate crude, lavorandoli con il cucchiaio, cuocendoli in acqua salata e saltandoli poi in padella con il burro fuso, erbe aromatiche e il grana trentino.
Tre i vini al bicchiere, la mia preferenza va all’autoctono del luogo: il Groppollo di Revò, vitigno della Val di Non, da non confondersi con i più conosciuti Groppelli della sponda bresciana del lago di Garda. Infatti, “Grop” è un termine del dialetto noneso-ladino per dire nodo e la forma del grappolo di questo vitigno ricorda appunto quell’immagine, con i suoi acini piccoli e sodi, attorcigliati l’un l’altro. Il mio Groppelo di Revò è di Silvia Taddiello, altra donna del vino, proprietaria dell’azienda Laste Rosse che è divenuta protagonista del recupero di questo vitigno, famoso al tempo degli Asburgo e soppiantato poi, per lungo tempo, dall’avvento della mela Golden.
Il dessert non può che essere lo strudel di mele, la cui sfoglia si chiama pasta matta, perché è preparata solo con farina, acqua e olio e, dunque, impalpabile e discreta che lascia in primo piano il gusto fragrante delle mele e della cannella.
A fine della serata, Silvana ci accompagna a fare un giro per la locanda, in particolare ad ammirare la più vecchia stufa ole che hanno e che scalda ed abbellisce una stanza al primo piano, finemente decorata da un artigiano che, qui, soggiornò per tutto il periodo che gli occorse per completare un’importante commessa in una delle tanti residenze nobiliari del Trentino. In cambio dell’ospitalità che ricevette, eseguì questi pregevoli lavori alla locanda.
E’ tardi, è ora di andare, domattina presto si torna a casa.
Due giorni volati via rapidamente, ma che sono stati uno splendido viaggio in un passato che continua a vivere nel presente e che parla anche di Donne del Vino. La mia guida, infatti, è stata Romina Togn, nuova delegata per il Trentino Alto Adige e che mi ha fatto scoprire l’impegno e la passione di altre donne di questa terra divenuta, fra le ultime in ordine di tempo, italiana, eppure amata da tantissimi italiani.

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