Tebe a Pompei tra tubi colorati e acqua finta

La statua del faraone Thutmosi I  (XV sec. a.C.), ritrovata nel tempio del dio Amon, a Karnak, e le sette colossali statue raffiguranti Sekhmet (XIV sec. a.C.), divinità egizia dalla testa leonina misteriosa e inquietante,  sono in mostra nella Palestra Grande di Pompei tra canneti di tubi colorati e specchi d’acqua finti. L’antichissimo Egitto nell’antica Pompei  accompagnato dall’allestimento contemporaneo di Francesco Venezia.  Tre epoche, tre mondi mostrati al pubblico sino al 2 novembre prossimo.

Millecinquecento anni prima di Cristo quella egiziana è già da molti secoli una società avanzata, con solide istituzioni politiche e religiose, che possiede profonde conoscenze scientifiche, produce costruzioni monumentali e documenti scritti. Pompei, invece, non esiste ancora. La Campania, come gran parte della penisola italica, è popolata da gruppi umani riuniti in semplici villaggi di capanne, che fabbricano oggetti in bronzo, ma non conoscono la scrittura. Ci vorranno quasi altri mille anni prima che Pompei diventi una città vera e propria. Quando ciò avverrà, nel VI secolo a.C., l’Egitto sarà ormai un regno in lento declino, facile preda degli invasori, che, come i Persiani, lo conquisteranno nel 525 a.C.

Pompei vuole raccontare il suo rapporto con l’Egitto con una mostra curata da Massimo Osanna e Marco Fabbri con Simon Connor negli gli spazi recentemente restaurati della Palestra Grande che accoglie le statue monumentali del Nuovo Regno (XVI-XI sec. a.C.), periodo di massimo splendore della civiltà egizia. Provengono da Tebe, principale centro religioso dell’epoca, le imponenti sculture in granito – eccezionali prestiti provenienti dalla collezione permanente del Museo Egizio e costituiscono una testimonianza straordinaria del mondo della mitologia egizia, oltre a rappresentare il potere faraonico al tempo della XVIII dinastia.

Egitto Pompei

Pompei,  Palestra Grande e itinerario negli Scavi – ingresso Porta Anfiteatro 20 aprile – 2 novembre 2016

a cura di Massimo Osanna e Marco Fabbri  con la collaborazione di Simon Connor

promossa da Soprintendenza Pompei Museo Archeologico Nazionale di Napoli Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino

comitato scientifico Paolo Giulierini, Christian Greco, Massimo Osanna

organizzazione e comunicazione Electa

orari Scavi di Pompei aperto tutti i giorni dal 20 aprile al 31 ottobre dalle 9.00 alle 19.30  (ultimo ingresso alle 18.00) 1-2 novembre dalle 8.30 alle 17.00  (ultimo ingresso alle 15.30) chiuso 1 maggio

biglietti Scavi di Pompei intero 13 euro – ridotto 7.50 euro

 

La storia egizia è stata divisa dagli studiosi in quattro periodi caratterizzati da unità politica, espansione territoriale e prosperità economica – l’Antico Regno, il Medio Regno, il Nuovo Regno e l’Epoca Tarda – alternati a momenti di crisi, segnati invece da lotte di potere e divisioni territoriali – il Primo, il Secondo e il Terzo Periodo Intermedio. Alla fine del Secondo Periodo Intermedio, verso il 1570 a.C., i sovrani di Tebe, nell’Alto Egitto, invadono la Nubia, a sud, e il Basso Egitto, comprendente il Delta del Nilo, a nord, occupati da tempo da sovrani stranieri. Ha così inizio, dopo 150 anni di frazionamento del potere, la riunificazione del paese e con il re di Tebe Ahmose la XVIII dinastia, che porterà l’Egitto a diventare una delle maggiori potenze conosciute.

Da questa riconquista si fa partire anche il Nuovo Regno (XVI-XI secolo a.C.), il periodo di massimo splendore della cultura egizia, che ha dato alla storia i faraoni più famosi – la regina Hatshepsut, Thutmosi III, Amenhotep III, Akhenaton, Tutankhamon, Ramesse II – e nel corso del quale si registra un grande sviluppo di Tebe e dei suoi monumenti. Per cinque secoli la città rimarrà infatti uno dei maggiori centri religiosi del paese e ogni sovrano vi aggiungerà nuovi edifici o completerà le costruzioni dei predecessori.

Il faraone Thutmosi I

Tebe, la capitale del Nuovo Regno, sorgeva nell’Alto Egitto, circa 700 chilometri a sud dell’attuale Cairo, sulla riva orientale del Nilo. Sulla riva occidentale, opposta alla “città dei vivi”, si sviluppa invece la necropoli, con le innumerevoli tombe dei nobili della Valle delle Regine e della famosa Valle dei Re. Nell’area occupata dalla “città dei vivi” sono rimaste poche tracce, mentre si conservano i complessi monumentali dei templi di Karnak e Luxor: un grande racconto architettonico della storia egizia di questo periodo. Il dio protettore di Tebe era Amon che, con il nome di Amon-Ra, viene associato al dio sole, creatore del mondo e re di tutti gli dei. La sua consorte, Mut, viene invece assimilata a Hathor-Sekhmet, l’Occhio del Sole, figlia-madre di Ra.

Il tempio era in stretta relazione con il faraone, che era il rappresentante del potere divino sulla Terra, dunque il garante dell’equilibrio cosmico. Lo spazio al suo interno era diviso in spazi pubblici, accessibili ai fedeli durante le cerimonie, e spazi sacri, nascosti, dedicati al culto degli dei e riservati al faraone e al sommo sacerdote. Le statue colossali dei faraoni erano generalmente poste in corrispondenza degli accessi monumentali, oppure nella corte principale del tempio. Il faraone seduto era oggetto di culto.

La statua di Thutmosi I (1493-1483 a.C.) era collocata nel grande tempio di Amon, a Karnak. Thutmosi I è il terzo faraone della XVIII dinastia, colui che riconquista la Nubia, a sud, ed espande il protettorato egizio a nord, fino all’Eufrate. La statua del tempio di Amon lo raffigura seduto, con i diversi simboli della regalità, mentre le iscrizioni ai lati del trono lo definiscono il “dio perfetto”, “amato da Amon-Ra, signore degli dei”, “dotato di vita per sempre”. La figura colossale è stata pensata per una visione frontale e raffigura il faraone con i diversi simboli della regalità: lo shendit, il gonnellino, il nemes, il copricapo che enfatizza il contorno del viso facendolo somigliare a un astro circondato da raggi, e l’ureo, il cobra simbolo della potenza che sconfigge i nemici. Fra le gambe del faraone seduto appare la coda di toro, che, fissata alla cintura, è simbolo di potenza virile. Ai lati del trono è inciso il sema-tauy, un segno composto dalle due piante rappresentative dell’Alto e del Basso Egitto – il loto e il papiro – intrecciate con il geroglifico sema, “unire”, raffigurante polmoni e trachea. Sotto i piedi del sovrano ci sono invece i Nove Archi a rappresentare i nemici dell’Egitto. Questi simboli indicano che il faraone garantisce l’unità delle Due Terre e le protegge contro i popoli stranieri.

Le statue di Sekhmet e il mito

“Sono la Potente, ho potere sui miei nemici!” Così Sekhmet, la dea dalla testa leonina, era conosciuta in Egitto. In un periodo mitico, quando gli dei regnavano vivendo insieme agli uomini sulla Terra, una parte dell’umanità si ribellò, rifugiandosi nel deserto. Ra, il dio-sole, che governava su tutte le creature, mandò sua figlia Hathor a punire i ribelli e ne salutò il successo con l’appellativo “potente”, in egiziano “Sekhmet”. Una volta sterminati i nemici, però, la forza distruttrice della dea non si placava. Ra dovette allora ricorrere all’inganno e, per calmarla, le fece bere della birra tinta di rosso, così che sembrasse sangue. Tornata a casa, nella sua forma placata di Bastet, Sekhmet venne accolta e festeggiata da tutti e portò grande prosperità all’Egitto. Ra ordinò allora che questo evento fosse celebrato con precisi rituali ogni anno e poi si ritirò in cielo, lasciando che gli uomini si prendessero cura della loro terra. Per gli Egizi, questo evento si ripeteva annualmente, in luglio, quando la terra prima si essiccava e poi, con l’inondazione del Nilo, tornava fertile. Il ritorno di Sekhmet simboleggiava la piena dell’acqua benefattrice. Il mito di Sekhmet è esemplificativo di come, nella cultura egizia, le divinità femminili racchiudano in sé aspetti ambivalenti. Sekhmet è colei che porta distruzione e morte, ma è anche colei che elargisce doni agli uomini, tanto da essere associata alle piene feconde del Nilo. Mut, Sekhmet, Hathor, Bastet, Tefnut, Uadjet e altre dee ancora costituiscono forme diverse di un’unica entità divina femminile, l’Occhio del Sole, madre-moglie-figlia, consorte indispensabile di Ra.

Le statue di Sekhmet dalla testa di belva rappresentano l’aspetto terribile dell’occhio solare, il disco diurno, forma necessaria ma pericolosa dell’astro che dà la vita, ma che è anche in grado di bruciare e uccidere. I monoliti in mostra sono stati commissionati dal faraone Amenhotep III (XIV secolo a.C.), che ne fece erigere alcuni anche nel suo tempio funerario, sulla riva ovest del Nilo, a Tebe. Le sculture della dea Sekhmet appartengono tutte a una stessa serie, di cui ritroviamo gli esemplari in molte collezioni del mondo. Finora ne sono state identificate più di 300, delle quali oltre 200 provengono dal tempio di Mut a Karnak, come, probabilmente, anche le statue esposte. Ma perché produrre centinaia di statue della stessa dea? Su ciascuna scultura, che reca un’iscrizione, la dea è evocata con appellativi diversi. Questo esercito di Sekhmet doveva così comporre un’interminabile litania, che invocava la dea “con tutti i suoi nomi e in ogni luogo”. Il confronto con altri testi religiosi suggerisce che ogni statua potesse corrispondere a un giorno dell’anno. Ogni giorno la dea doveva essere dunque invocata con un appellativo specifico, attraverso il rito del sehetep Sekhmet, (tranquillizzare la Potente), affinché mantenesse in vita il sovrano, lo liberasse dalle febbri, dall’arsura e dalle forze avverse.

Ispiri agli dei il timore di te, la tua pestilenza è sparsa attraverso il Doppio Paese e sull’insieme degli uomini, divori il sangue.

Il re fa le offerte e i rituali necessari per fare tornare la Potente in Egitto. Il dio Ra manifesta allora la sua felicità, quando vede rivenire a lui il suo Occhio.

Nelle statue di Karnak la dea è rappresentata sia in posizione seduta, che stante. Entrambe le forme sono caratterizzate da alcuni attributi simbolici. Il primo è il disco, che richiama l’appartenenza alla sfera solare. Al di sopra vi è l’ureo, il serpente sacro, simbolo della potenza contro i nemici. Nella mano sinistra, oppure nella mano destra, quando è rappresentata in piedi, la dea regge il simbolo egizio della vita: la croce ansata (ankh). Nella versione stante la dea si presenta con il piede sinistro avanzato, mentre nella mano sinistra regge lo scettro a forma di fiore di papiro con il gambo (uadj), rappresentazione della rinascita portata dalla piena del Nilo.

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