E per San Gennaro un dono da Milano
Il Museo di San Gennaro si arricchisce di nuove opere. Sono i doni di Giancarlo Alisio al Santo Patrono che entrano nel Tesoro ed a breve saranno musealizzati. Ieri la presentazione delle opere al pubblico in una sala gremita di esperti, appassionati ed amici. In tanti venuti perché legati da antica amicizia ad Alisio, ricordato con affetto nelle parole della nipote Rossana Cifariello, e con grato rispetto e amicizia in quelle di Vittorio Zagari, Paolo Iorio e Riccardo Carafa.

Milano 1618. Il cardinale Federico Borromeo è attento alle arti e promuove la nascita di botteghe nella zona alla destra del Duomo che cresce e sviluppa l’artigianato. Il punzone delle botteghe orafe di quell’anno mostra una M con una palma, simbolo della città meneghina.

In una di quelle botteghe è stata creata l’edicola-acquasantiera che Giancarlo Alisio ha donato a San Gennaro insieme ad una croce d’argento di fine ‘800. Esposta in occasione della 1° mostra dell’antiquariato a s. Elmo nel 1988, è stata acquistata da Giancarlo Alisio con l’obiettivo di farne dono a San Gennaro ed oggi si realizza il suo desiderio. E’ la nipote Rossana Cifariello a ricordare la volontà dello zio, innamorato dell’arte e di Napoli, che nel suo testamento oltre a queste due opere al Patrono, ha lasciato la sua collezione di Gouaches al museo di San Martino.

L’acquasantiera è stata illustrata nei suoi dettagli da Vittorio Zagari.

La croce, invece, è stata studiata da Luciana De Maria, responsabile culturale della Deputazione, che ne ha curato l’analisi non invasiva, la datazione e l’attribuzione, e il suo lavoro è stato ilustrato da Paolo Jorio, direttore del Museo.

La croce è di manifattura napoletana e databile tra il 1873 e il 1934. “Si è risaliti a questo periodo – spiega Paolo Iorio, direttore del Museo di San Gennaroperché fin dall’unità d’Italia qualsiasi opera orafa doveva recare la marchiatura che ne attestasse la provenienza, come dispost da Giovanna d’Angiò quando istituì la prima corporazione orafa del mondo, (a Napoli, nella zona di S. Eligio che poi è diventata Borgo degli Orefici poiché nel ‘600 contava ben 350 botteghe). L’analisi della croce ha evidenziato le diversità nelle lavorazioni dei vari elementi compositivi: il Cristo, la colomba, il cartiglio e il techio con le ossa, ancorati al manufatto con una chiodatura che mostra essere successiva alla croce”.

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