Don Alfonso 1890 e Salvatore Di Giacomo al Social World Film festival. Kermesse punto di riferimento dell’estate in Penisola sorrentina dove buon cibo, benessere, artigianato, trasporti,  ospitalità, e commercio sono ingredienti per consentire agli ospiti, giornalisti e pubblico del Social World Film Festival di godersi una straordinaria rassegna.

 

Martedì 25 luglio al Social World Film festival si è tenuta la presentazione del romanzo “Don Alfonso 1890, Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi” di Raffaele Lauro. E’ il terzo anno consecutivo che il famoso scrittore sorrentino approda con i suoi romanzi alla Mostra del Cinema Sociale, l’anno scorso con “Violetta Elvin- Una stella a Vico Equense, e l’anno prima con “Caruso The Song” su Lucio Dalla. La presentazione si è tenuta nella elegante cornice del Castello Giusso di Vico Equense, con le raffinate, colte e applauditissine relazioni di Rosa Gargiulo, di Salvatore Ferraro e di Ettore Cuomo (quest’ultima letta da Raffaele Lauro). Edito da GoldenGate, in questo ultimo libro di Lauro storia, cultura, musica ed alta cucina diventano, in un connubio di pura magia, identità del nostro popolo e dei nostri territori. Il volume è dedicato all’epopea, umana e professionale, nella ristorazione di qualità e nell’arte dell’ospitalità alberghiera, del fondatore della dinastia Iaccarino, don Alfonso Costanzo Iaccarino. Eredità raccolta, nell’alta cucina, dal nipote Alfonso Iaccarino, e da questi portata, con la collaborazione della moglie Livia, a prestigiosi traguardi internazionali. “Sono consapevolmente orgoglioso di aver onorato, in questo libro, un’eccellenza della cucina italiana, un’esemplare storia familiare di creatività, di impresa, di coraggio, di dedizione al lavoro, di arte, di bellezza e di amore assoluto per la nostra terra – commenta Raffaele Lauro – Una pagina bella, anzi bellissima, dell’Italia che non si arrende, di un Mezzogiorno che si impone all’estero e di personaggi, che rappresentano una esaltante guida per le nuove generazioni”. La storia di Alfonso Iaccarino si intreccia nel libro con quella del grande Salvatore Di Giacomo, nato a Napoli il 12 marzo 1860, personalità fondante della cultura italiana del ‘900, che ha espresso in maniera versatile la sua creatività come poeta, novelliere, drammaturgo e saggista. Le sue poesie in lingua napoletana (molte delle quali poi musicate) hanno fatto la storia della cultura popolare partenopea. Insieme ad Ernesto Murolo, Libero Bovio e E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta), è stato tra gli artefici della cosiddetta “epoca d’oro” della canzone napoletana. Figlio di un medico, Francesco Saverio, e di Patrizia Buongiorno, il cui padre insegnava al Conservatorio di San Pietro a Maiella, si iscrisse per volere del padre alla facoltà di Medicina, ma ben presto si rese conto che non era quella la sua strada, e abbandonò gli studi in gran fretta in seguito ad un episodio narrato da lui stesso: uscito di corsa dalla sala di una lezione di anatomia per il ribrezzo provocatogli dalla sezione di un cadavere, si imbattè in un bidello che scivolò dalle scale con una tinozza di membra umane, riversando a terra il macabro contenuto. Dopo questo episodio non mise mai più piede nella Facoltà di Medicina, e si dedicò anima e corpo alla carriera letteraria, prima come “novelliere nero” e giornalista al Corriere del Mattino, poi passò al Pro Patria, quindi alla Gazzetta letteraria e in seguito al Pungolo. Nel 1884 pubblicò la sua prima raccolta di poesie in lingua napoletana, “Sonetti”, seguita da “O Funneco verde” (1886), “Zi’ munacella” (1888) e “Canzoni napoletane” (1891). Nel 1892 fu tra i fondatori, assieme a Benedetto Croce, Vittorio Spinazzola e altri intellettuali, della nota rivista di topografia ed arte napoletana “Napoli nobilissima”. Per molti anni fu anche direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli. Nel 1929 fu nominato “Accademico d’Italia”. Alcune sue liriche sono state musicate e diventate canzoni immortali come “Era de Maggio’’, ‘’Marechiaro’’, ‘’Luna nova’’, “Oilì oilà’’, “Oje Carulì”, “Lariulà”, “E spingule francese”, mentre per il teatro ha scritto “Assunta Spina”, “O mese mariano” e altri importanti drammi. Questo straordinario ed eclettico uomo di cultura amava visceralmente Sant’Agata sui due golfi, dove veniva a riposare ogni estate e traeva ispirazione per le sue liriche. Innamorato dell’aria fine, della natura, dei sentieri, della cucina, dell’acqua di Sant’Agata, il vate si recava ogni giorno, paglietta e bastone da passeggio, presso la fonte di “Canale”, portando con sè un bicchiere col manico per una salutare bevuta direttamente dalla sorgente. Il letterato aveva stabilito un legame intenso e speciale con le persone del luogo, che lo chiamavano affettuosamente “Don Salvatore” o “Il Poeta”, ed improvvisavano serenate e concertini in suo onore. La sua giovialità e semplicità, l’aria bonaria e la passione per il luogo e la gente, unitamente all’elevata statura di uomo e poeta, hanno lasciato un ricordo vivo nel paese, tramandato nelle generazioni. L’ultima sua estate a Sant’Agata, dopo averla frequentato per circa un ventennio, fu quella del 1930, quando, colpito da un attacco di gotta, arrivò in paese per trasportarlo a Napoli un’ambulanza, evento raro per la comunità locale in quell’epoca. Si spense a Napoli quattro anni dopo, nel 1934. Di Sant’Agata sui due Golfi, amava molto la dimensione umana e conviviale, come ricorda il giornalista napoletano Roberto Minervini: “Alle trattorie di lusso preferiva rustiche osterie ove tra una pietanza e l’altra rimaneva trasognato, né valevano a ridestarlo le sue canzoni, sonate e cantate per fargli onore dai posteggiatori di quei pittoreschi locali”.

 

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