Salute, bambini mangiate tranquilli

Nutrirsi è un’esigenza biologica primaria, tuttavia questo bisogno viene soddisfatto attraverso una risposta rivestita di significati etici, religiosi, psicologici, storici, sociali, culturali.  Nato dunque come bisogno primario, il “nutrimento” quando diventa “alimentazione” si trasforma in un codice di comunicazione attraverso il quale si esprime l’identità etnica, sociale, culturale e affettiva dell’individuo. La raccolta, la preparazione, il consumo dei cibi assume per gli individui un valore rituale ed etico, ed è soprattutto una forma di comunicazione ed integrazione sociale e familiare.  Anche la stessa percezione del gusto è connotata culturalmente, e caratterizza un popolo o una comunità. Nella storia dell’uomo, il cibo ha sempre rivestito il duplice valore di elemento cruciale per la sopravvivenza(nutrimento) e strumento simbolico(alimento)che, nei millenni e nelle varie culture, attraverso rituali, usi, e costumi, lo hanno arricchito di significati aggiuntivi ed ulteriori.  Una sana e corretta alimentazione non può prescindere dal percepire e conoscere gli alimenti sia dal punto di vista del loro valore nutrizionale, biologico, che della cultura e dell’etica, perché ciò significa rispettare il cibo sano, i valori delle tradizioni che hanno fatto la nostra storia, evitare gli sprechi ed entrare in empatia con le differenti culture.

Come dice il professor Piernicola Garofalo, presidente della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, “il cibo va visto come qualcosa di ‘etico’, come connubio con la natura, condivisione e lotta agli sprechi, valore antico ma anche attuale da riscoprire e rivalutare. Non qualcosa da utilizzare talvolta anche come strumento autolesionistico. Il cibo una volta non si sprecava mai, era inteso come un dono, qualcosa che era passato per diverse mani: non era impersonale, anonimo, ma portava ad esempio impressi i volti di chi lo aveva coltivato. Il cibo è condivisione, un collante dello stare insieme”.  Secondo ricercatori della Trobe University di Melbourne, Australia, è necessario istruire i genitori ad instaurare un “ambiente alimentare” in famiglia in cui non si seguano rigidi parametri calorici o ponderali, ma al contrario, si crei un clima di informazione e consapevolezza su ciò che si mangia. Ciò significa insegnare ai bambini sin da piccoli ad apprezzare il cibo e ad adottare buone abitudini alimentari, e ad essere consapevoli e soddisfatti realisticamente del proprio corpo, anche nei suoi difetti o imperfezioni. Essere insoddisfatti del proprio aspetto, secondo gli studi, è alla base dell’emergere e del consolidarsi di pattern alimentari disfunzionali, mentre il nutrirsi dovrebbe essere sganciato dal colore delle emozioni e dei sensi di colpa, e bisognerebbe focalizzarsi più che sul peso sulla salute alimentare nel suo significato più ampio.

Gli studiosi hanno messo a punto un programma di intervento di tipo preventivo denominato “Confident Body Confident Child”, dedicato ai genitori di bambini tra i 2 e i 6 anni d’età, che interviene prima di tutto sull’atteggiamento dei genitori nei confronti dell’aspetto fisico proprio e dei figli e sul ruolo attribuito al cibo nel modello educativo del nucleo familiare. I comportamenti a rischio identificati sono l’assunzione di cibo ipercalorico e preconfezionato, la svalutazione da parte del genitore dell’aspetto dei figli che li espone al pericolo dell’insoddisfazione per il proprio corpo, l’utilizzare il cibo come premio o punizione. In conclusione, una maggiore consapevolezza del cibo inteso come valore, del significato che diamo al modo in cui mangiamo, può meglio tutelare noi stessi e i nostri giovani dal rischio di sovrappeso e disturbi alimentari e garantire un rapporto sereno e salutare con il cibo.

 

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