“…Ero carcerato e siete venuti a farmi visita…” (Mt 25,36). Papa Francesco il 21 marzo nella Casa Circondariale “Giuseppe Salvia” a Poggioreale di Napoli. Giungerà alle ore 13.00 con la Papa mobile  e pranzerà con una rappresentanza dei detenuti: una periferia esistenziale al centro della città di Napoli. Il suo incontro con i carcerati napoletani sarà come quello di un padre che va a trovare i suoi figli che si sono perduti nelle maglie della delinquenza, nei vicoli dell’illegalità. Una visita certamente insperata, ma sicuramente invocata e attesa da tanti detenuti che, fin dagli inizi del suo pontificato, lo hanno visto come una persona semplice e vicina alle loro sofferenze. Ci sarà  una parola buona per tutti: una parola a sostenere chi vive un periodo difficile della vita, incitandolo a non scoraggiarsi.

Anche Dio è un carcerato, non rimane  fuori dalla cella“, dice Papa Francesco, “prego il Signore e la Madonna che possano superare positivamente questo periodo difficile della loro vita. Che non si scoraggino, non si chiudano. Quando telefono ai detenuti mi chiedo ‘Perché non io?, “Perché lui è lì e non io, che ho tanti e più meriti di lui per stare lì? Perché lui è caduto e non sono caduto io? Perché le debolezze che abbiamo, sono le stesse e per me è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare a loro”. Ai tempi in cui Papa Francesco era arcivescovo di Buenos Aires, spesso  si recava nel carcere di Devoto, situato al centro della capitale argentina, ascoltava i detenuti,  beveva il  “mate”, e poi celebrava la messa.  Ancora oggi,  alcune domeniche pomeriggio, telefona al carcere di Buenos Aires per fare una chiacchierata con qualche detenuto che conosce da tempo.  Tanti ricordano le visite a sorpresa, una volta, uno dei detenuti che stava lì una volta gli chiese: “come dobbiamo chiamarla? Vescovo o Cardinale?”.  “Né vescovo né cardinale – rispose – chiamami padre, come dite al sacerdote del carcere”.

Il Papa sostiene che “Il Signore è maestro di reinserimento: ci prende per mano e ci riporta nella comunità sociale”, perché sempre perdona, sempre accompagna, sempre comprende. La permanenza in carcere, una occasione “di autentica crescita per trovare la pace del cuore”;  le ore, i giorni, i mesi e gli anni passati  in carcere vengano visti e vissuti  non come tempo perso o come una temporanea punizione, ma come un’ulteriore occasione di autentica crescita per trovare la pace del cuore e la forza per rinascere tornando a vivere la speranza nel Signore che non delude mai. Un  tempo che non deve essere buttato via, ma utilizzato per migliorarsi, per cambiare cammino, utilizzando bene tutte le opportunità che vengono concesse. Incoraggiamento  positivo e  bello da parte del Papa nei confronti dei detenuti: un invito alla speranza, a costruire un futuro nuovo.

Il Pontefice in visita nella Casa Circondariale di Poggioreale, costruita nel 1914, che ospita essenzialmente detenuti in attesa di giudizio, ma da qualche anno, a causa del sovraffollamento delle carceri italiane, anche alcuni detenuti con pena definitiva. Facile immaginare i disagi e le problematiche collegate a tale situazione. La vivibilità complessiva dell’essere in carcere e soprattutto la possibilità di pensare se c’è un futuro positivo per la propria vita. Numerosi sono i detenuti affetti da gravi malattie infettive. La giornata tipo di un detenuto si svolge essenzialmente nelle celle, con letti a castello, prive di riscaldamento; in esse si consumano i pasti, si guarda la televisione, si dorme, si legge e si scrive; vi sono anche i servizi igienici, ma non la doccia che è possibile fare, una volta alla settimana, all’interno del padiglione. Il detenuto usufruisce di due ore d’aria al giorno “il passeggio” nei cortili interni cinti da alte mura, una di mattina, l’altra nel primo pomeriggio. Ogni settimana è prevista un’ora di colloquio con i familiari, e per buona condotta, si può ottenere un ulteriore colloquio premio.

Fedor Dostoevskij diceva che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, pensando non le  sole istituzioni, ma la comunità tutta, Chiesa compresa. Papa Bergoglio ha ripetuto più volte che la Chiesa deve essere come un ospedale da campo, vicina alla gente ferita e ammalata, nel corpo e nell’anima. Per questo l’opera dei preti e dei volontari è un sostegno concreto, “un’opera di misericordia che rende visibile la vicinanza di Gesù nelle celle”.

A Napoli, già  un grande passo avanti è stato compiuto grazie alla volontà del Cardinale Crescenzio Sepe che ha istituito “una pastorale carceraria“, ponendo l’attenzione per i carcerati, individuando,nella visita a quanti sono detenuti, come una delle opere di misericordia corporale, nel  bisogno di essere visitati dal Signore stesso nel Sacramento dell’Eucaristia. Sperimentare la vicinanza della comunita’ ecclesiale, partecipare all’Eucaristia e ricevere la Santa Comunione in un periodo della vita cosi’ particolare e doloroso puo’ sicuramente contribuire alla qualita’ del proprio cammino di fede e favorire il pieno recupero sociale della persona. Il carcere non come una vendetta sociale, ma un recupero sociale.“Il Signore è un maestro di reinserimento” ha detto il Papa, “che prende per mano e riporta nella comunità sociale. Mai condanna. Mai perdona soltanto, ma perdona e nello stesso tempo accompagna“.

Noi che viviamo in questo carcere, nella cui vita non esistono fatti ma dolore, dobbiamo misurare il tempo con i palpiti della sofferenza, e il ricordo dei momenti amari. Non abbiamo altro a cui pensare. La sofferenza  è il nostro modo d’esistere, poiché è l’unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita; il ricordo di quanto abbiamo sofferto nel passato ci è necessario come la garanzia, la testimonianza della nostra identità“. (Oscar Wilde)

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