Da un lato l’inchiesta che apre una voragine sull’attività di sette aziende nella produzione dell’olio extravergine d’oliva immesso sul mercato italiano e che sarebbe stato spacciato per olio extravergine d’oliva, dall’altro la carenza di informazioni corrette a proposito di uno dei prodotti principali della Dieta Mediterranea.
Il primo filone riguarda l’olio alimentare industriale sulla cui produzione la magistratura sta facendo chiarezza. E proprio l’olio alimentare industriale è periodicamente oggetto di campagne pubblicitarie che esaltano le straordinarie qualità dell’olio extravergine di oliva, bombardando i consumatori e convincendoli che a prezzi bassissimi si può comprare ottimo olio extravergine di oliva. In questo settore, dunque, i consumatori si convincono ad acquistare un olio piuttosto che un altro dal colore giallo paglierino piuttosto che verde intenso, dal sapore ‘promosso’ virtualmente dal claim pubblicitario, dal fruttato virtuale assegnato dai pubblicitari. In realtà se si assaggiasse in contemporanea l’olio extravergine di oliva proposto ci si accorgerebbe che non sempre ha le caratteristiche proposte. Una semplice analisi sensoriale boccerebbe all’olfatto ed al gusto l’extravergine in etichetta. Ora però c’è l’inchiesta della magistratura a far luce sulle dinamiche industriali che hanno consentito di vendere un olio extravergine piuttosto che vergine o addirittura lampante.

Il secondo aspetto è relativo, invece, alla mancata o corretta informazione sulla produzione di uno dei principali prodotti del patrimonio agricolo italiano, la cui eccellenza, l’olio alimentare artigianale, è frutto principalmente di attività di aziende grandi, medie e piccole al di fuori dei circuiti industriali.  Le caratteristiche organolettiche di queste eccellenze sono conosciute soltanto dagli addetti ai lavori o da consumatori di nicchia. Non ci sono campagne pubblicitarie rivolte alle grandi masse e le informazioni sono diffuse dagli organismi di categoria, dal personale specializzato della filiera produttiva olivicola italiana in occasioni di manifestazioni fieristiche e non, che non hanno la forza della campagne pubblicitarie messe in atto dalle industrie produttrici dell’olio alimentare industriale. Inoltre, l’olio alimentare artigianale è richiesto soprattutto all’estero perché fuori dall’Italia il vero Made in Italy è apprezzato moltissimo. Dalle nostre parti, invece, grazie alla disinformazione, migliaia di consumatori considerano buon olio extravergine di oliva quello che all’assaggio risulta privo di amaro e piccante. Dunque, olio che già all’ analisi sensoriale non sarebbe extravergine ma vergine, perché privo di alcune caratteristiche  fondanti dell’extravergine.  Inoltre, molti attestano di comprare olio extravergine eccellente direttamente in frantoi con macina a pietra, procedimento che garantirebbe l’estrazione a freddo. Condizioni di produzioni bocciate oramai anche da una attestata letteratura scientifica divulgativa, ritracciabile da chiunque su internet. Sono in molti a spiegare come l’estrazione da macine in pietra sia contraria alle condizioni igieniche sanitarie minime per una sano, qualitativo ed eccellente processo di molitura delle olive.
Su questi elementi c’è da riflettere sempre non soltanto in occasione degli scandali giudiziari. Infatti, secondo dati Coldiretti “l’Italia è il secondo produttore mondiale di olio di oliva dopo la Spagna con circa 250 milioni di piante su 1,2 milioni, con un fatturato del settore è stimato in 2 miliardi di euro con un impiego di manodopera per 50 milioni di giornate lavorative. L’Italia è però anche il primo importatore mondiale di oli di oliva che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri”.

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