Saluterà il personale, poi mercoledì le annunciate dimissioni. Così si conclude l’era di Giorgio Napolitano al Quirinale. Eletto undicesimo Presidente della Repubblica il 15 maggio del 2006 ( e rieletto nel 2013) dopo essere stato Presidente della Camera nella XI Legislatura e deputato alla Camera dal 1953 al 1996 e Ministro dell’Interno del I Governo Prodi (dal 1996 al 1998),.

Nel saluto agli italiani, la sera del 31 dicembre scorso, per motivare le imminenti dimissioni, aveva detto: “a ciò mi spinge l’avere negli ultimi tempi toccato con mano come l’età da me raggiunta porti con sé crescenti limitazioni e difficoltà nell’esercizio dei compiti istituzionali, complessi e altamente impegnativi, nonché del ruolo di rappresentanza internazionale, affidati dai Padri Costituenti al Capo dello Stato”. Ragioni simili a quelle che nel febbraio del 2013 avevano spinto a lasciare il soglio pontificio, papa Benedetto XVI con il quale Napolitano – prossimo ai 90 anni – era legato da rapporto di stima reciproca.

Giorgio Napolitano, nato a Napoli nel 1925, si era avvicinato alla politica nel periodo universitario, durante la Resistenza. A vent’anni s’iscrisse al PCI.  Parlamentare europeo per i Democratici di Sinistra dal 1999 al 2004, ricoprendo la carica di Presidente della Commissione Affari Istituzionali è stato nominato dal suo predecessore, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, lo nominò senatore a per il proprio impegno politico e l’equilibrio mostrato nella lunga e carriera istituzionale. Il 14 novembre 2009 ha ricevuto una laurea Honoris Causa in Politiche e Istituzioni dell’Europa dall’Università degli studi di Napoli “l’Orientale”.

Prima di lui altri due napoletani erano saliti al Colle: Enrico De Nicola, Capo provvisorio dello Stato dall’Assemblea Costituente il 28 giugno 1946 che il 26 giugno 1947 si dimise, adducendo motivi di salute (ma alla fine fu rieletto) e Giovanni Leone, eletto il 24 dicembre del 1971 e costretto alle dimissioni il 15 giugno 1978 per porre fine a una martellante campagna di stampa nell’ambito dello scandalo Loocked. Spiegò le proprie ragioni in tv agli italiani: “(…) nel momento in cui la campagna diffamatoria sembra aver intaccato la fiducia delle forze politiche, la mia scelta non poteva essere che questa. Sono certo che la verità finirà per illuminare presente e passato e sconfessare un metodo che, se mettesse radici, diventerebbe strumento fin troppo comodo per determinare la sorte degli uomini e le vicende della politica”.

 

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