Una palla di gomma che rimbalzava con un’elasticità mai vista prima, giocatori che saltavano come acrobati per colpirla con i fianchi riparati da protezioni di cuoio…”   Si legge in una nota di Davide Dominici che terrà una conferenza il prossimo 29 giugno al MANN: “Questa a fu la scena che gli attoniti spettatori della corte di Carlo V si trovarono davanti agli occhi quando, nel 1528, ebbero modo di osservare lo spettacolo dato da gruppo di giocatori aztechi che il conquistatore Hernán Cortés aveva inviato in Europa dalle lontane colonie messicane”.

Al Museo Archeologico di Napoli nell’ambito della mostra ‘Il mondo che non c’era’ in programma sino al 30 ottobre è raccontata per la prima volta ed in maniera esaustiva la storia del gioco del pallone. Con una conferenza al MANN – Museo archeologico Nazionale di Napoli il 29 giugno 2017 ore 19 con Davide Domenici si spiega come avvenne la scoperta di questo gioco.

La nota prosegue: “L’artista tedesco Christoph Weiditz immortalò la scena in un dipinto che, come un’istantanea d’altri tempi, ci ha trasmesso la memoria di quella prima esibizione di atleti aztechi in terra europea. In Mesoamerica, invece quel gioco lo giocavano da millenni.
Le più antiche palle di gomma, realizzate aggomitolando una lunga striscia di caucciù, sono state infatti rinvenute in una laguna nel sito olmeco di El Manatí (Veracruz), dove tra il 1700 e il 1600 a.C. vennero depositate delle offerte dedicate alle divinità sotterranee delle acque e della fertilità. Di un paio di secoli più tardi è invece il più antico campo da gioco oggi noto, scoperto nel sito di Paso de la Amada (Chiapas) e costituito da due monticoli in terra disposti parallelamente a delimitare uno spazio rettangolare, lungo 78 metri  largo 7. Significativamente, questo campo da gioco fu eretto su un lato di una piazza sulla quale si affacciava anche quella che è oggi considerata la più antica abitazione
signorile della Mesoamerica. Nel corso dei secoli, la semplice architettura in terra si trasformò in qualcosa di molto più complesso, come testimonia il campo da gioco olmeco, di Teopantecuanitlan (Guerrero), al centro di un cortile semisotterraneo circondato da un muro in pietra sul quale si ergono, come i quattro denti dell’enorme bocca spalancata del Mostro della Terra, quattro sculture decorate con bassorilievi raffiguranti volti di divinità della fertilità sotterranea. Queste antiche evidenze mostrano come sin dal periodo Preclassico (ca. 2500 a.C. – 300 d.C.) il gioco della palla fosse un’attività carica di valenze politiche e religiose: gli studiosi ipotizzano che i leader delle comunità mesoamericane sponsorizzassero e prendessero parte a partite cerimoniali, probabilmente anche di carattere sacrificale, che dovevano servire a mettere in scena rivalità e alleanze politiche. Non è da escludere, inoltre, che il gioco avesse anche una notevole dimensione economica che si manifestava in scommesse, premi e scambi di doni”.
Nell’intervento che appare nel semestrale “Ligabue Magazine” n. 70 di giugno
2017, Davide Domenici – membro del comitato scientifico della mostra e autore
in catalogo – approfondisce il tema del gioco della palla nelle civiltà precolombiane offrendo una serie d’interessanti informazioni che mostrano come gli Europei siano debitori nei confronti di Maya e Aztechi e in genere delle culture precolombiane dell’ “invenzione” del pallone di gomma.
Una strana sfera elastica realizzata con la linfa dell’albero della gomma e abili giocatori aztechi, provenienti dalle colonie Messicane, incantano nel 1528 la corte di Carlo V. Per la prima volta gli Europei scoprono il gioco della palla, diffuso da millenni in Mesoamerica tra rituali religiosi e incontri diplomatici.
Sono numerose le testimonianze – ritrovamenti sepolcrali, immagini dipinte o graffite ma anche un importante testo mitologico che racconta la morte e la resurrezione del Dio del Mais – dalle quali emerge il legame tra il gioco del pallone e il rito sacrificale della decapitazione.
Una simbologia religiosa associata al gioco è inoltre suggerita, in epoca classica,
anche dai copricapi e dai costumi indossati dai giocatori, raffiguranti cervi e un gran numero di entità extraumane che fungevano da patroni mitologici degli atleti; come pure il valore politico e sociale degli incontri con la palla – una sfera di gomma piena, pesantissima, che imponeva agli atleti l’uso di imponenti cinturoni protettivi e di ginocchiere – è provato dall’altro numero di campi da gioco presenti in diverse città antiche del centro e sud America come El Tajìn (Veracruz) o Cantona (Puebla) e documentato in molte opere d’arte maya, che
mostrano giovani principi e sovrani competere in occasione di incontri diplomatici.
“Nonostante la dimensione fortemente simbolica del gioco – scrive Domenici – i
cronisti spagnoli che ebbero modo di conoscere il mondo nahua ci narrano anche di partite di carattere essenzialmente ludico, nelle quali imprudenti scommettitori arrivavano a giocarsi la propria libertà o quella dei loro figli. Gli
atleti più capaci acquisivano grande fama e ricchezza e furono forse proprio alcuni di questi ad essere inviati da Cortés alla corte di Carlo V, dove gli osservatori europei rimasero sì stupiti dalla loro abilità ma ancor di più da quello strano materiale mai visto, ricavato dalla linfa dell’albero della gomma (Castilla elastica), che nei secoli avrebbe cambiato le abitudini – sportive e non solo – del mondo intero”.
In mostra a Napoli oltre a statuette in argilla e interessanti raffigurazioni vascolari di atleti, ben documentata è anche la tenuta da cerimonia dei
giocatori. Certi elementi erano concepiti come oggetti isolati, essenzialmente in
pietra e in argilla. I pezzi più famosi sono il giogo, l’ascia e la palma che designano le parti della panoplia del giocatore.
I gioghi sono rappresentazioni in pietra delle cinture in cuoio utilizzate dai giocatori e portate all’altezza delle anche per proteggersi contro gli impatti
brutali della palla di caucciù duro. Anche se ne esistono di semplici, sono molto
spesso scolpiti con motivi in rilievo relativi alla fertilità, come il rospo, o il giaguaro simbolo della pioggia e della fertilità. I gioghi di pietra pesano tra i 20 e i 30 chili e dunque non erano mai portati nelle partite ma è probabile che durante le cerimonie un giocatore importante li portasse.
Questi ultimi, spesso ritrovati dentro le tombe, sono rappresentati anche sui rilievi di pietra dei terreni di gioco di El Tajín, Chichén Itzá e Aparicio (Vega de Alatorre). Le asce sono spesso messe in relazione con i gioghi, soprattutto quando sono scolpite nella pietra. Costituiscono delle reminiscenze del sacrificio
della decapitazione compiuto durante le cerimonie del gioco della palla.
Un altro tipo di ascia è scolpito con un tenone che fungeva per esempio da punto di riferimento su un muro del terreno di gioco. Le palme sono delle reminiscenze in pietra delle foglie di palma che si portavano nei gioghi durante le cerimonie.
Oltre alla foglia di palma, potevano rappresentare un uccello, una figura umana, delle volute – frequenti nello stile El Tajín – una scimmia o un altro animale legato alla vita e alla morte.

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