Maikol e i ragazzi dei calzini “a rate”

Chissà quante volte, camminando tra Corso Umberto e le piazze del centro storico, mi sarò imbattuto in Maikol. Mi avvicinava con un sorriso dolce e sornione insieme, offrendomi la sua mercanzia anche “a rate”, come recitava il suo slogan pubblicitario preferito, e se rifiutavo dicendogli di avere ormai già un cassetto pieno di quei calzini neri, di cui non sapevo che cosa fare, perché porto solo calze lunghe blu, e tentavo invece di offrirgli un caffè, rifiutava offeso, perché Maikol Giuseppe Russo non chiedeva l’elemosina e teneva alla sua dignità di ragazzo onesto, che come altri amici del quartiere si era inventato il mestiere più precario di ogni altro lavoro precario: quello di venditore di calzini “a rate”.
Le indagini delle forze dell’ordine sono in corso e per il momento non si sa chi lo abbia ucciso né perché. Colpito a morte da un proiettile vagante o scambiato per un altro, come Genny Cesarano, o colpevole solo di conoscere un membro del gruppo rivale, come Luigi Galletta, in un quartiere dove è inevitabile conoscere tutti, buoni e cattivi? Una cosa è certa: dopo un breve periodo di tregua apparente a Forcella tornano a morire innocenti, per mano di bande criminali il cui sport preferito, da un po’ di tempo a questa parte, è imbottirsi di droga e correre all’impazzata sulle moto sparando dove capita e a chi capita, nel tentativo di affermare la supremazia criminale sul territorio. Così si può morire alle 7.30 di sera, mentre chiacchieri con gli amici al bar. E’ capitato a Maikol e poteva capitare a chiunque, mamma o bambino, residente o turista di passaggio.
Che cosa poteva avere a che fare con la camorra un ragazzo di 27 anni che usciva tutte le mattine, con il sole e con la pioggia, per racimolare il poco necessario a far mangiare i suoi due figli di 4 e di 1 anno? E’ alla logica dell’illegalità e della violenza criminale che si è voluto sottrarre Maikol e i suoi amici venditori di calzini “a rate”, ragazzi vissuti fin da piccoli nell’indigenza, respinti da una scuola che non ha saputo accoglierli, privati di spazi di gioco e di occasioni di sana socializzazione, in un quartiere, Forcella, nel quale alla crisi che ha reso i poveri più poveri si sono aggiunti il trasferimento del Palazzo di giustizia al centro direzionale, che ha determinato la fine di tante piccole attività economiche che trovavano nella presenza del tribunale la loro ragion d’essere, la soppressione del Pronto soccorso dell’ospedale Ascalesi, la chiusura e il conseguente stato di abbandono e di rovina dello storico Teatro Trianon. E che, pur ricco di importantissime emergenze archeologiche, artistiche e monumentali, scarsamente o per niente valorizzate, non riesce a intercettare i benefici economici derivanti dal flusso turistico, perché gli stessi napoletani credono che il centro storico finisca a Via Duomo. Ma che pure, come ha ricordato Padre Gigi, nella sua omelia alla messa funebre per Maikol, è un quartiere di gente santa, come Maikol e come i suoi amici venditori di calzini “a rate”.

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