Al museo Madre d’Arte Contemporanea Donnaregina,   la mostra di Lucio Amelio  “Dalla Modern Art Agency alla genesi di Terrae Motus/(1965-1982). Documenti, opere, una storia…” , visitabile sino al 9 marzo, dedicata al grande gallerista napoletano a vent’anni dalla sua morte, avvenuta nel 1994.

Lucio Amelio, gallerista, ma meglio sarebbe dire di vero e proprio guru dell’arte contemporanea, a Napoli e non solo,  una figura che aveva sostenuto, animato e fatto esplodere l’arte del proprio tempo e della propria città. Ha dato un contributo tangibile all’arte contemporanea con altrettanto tangibili risultati ed evoluzioni per l’ambiente artistico in cui si muoveva. Un personaggio complesso, mondano, colto, ma allo stesso tempo semplice e affabile. Un personaggio indubbiamente carismatico e trascinante.

La mostra presente al Madre e’ organizzata in collaborazione con l’Archivio Amelio, ripercorre la storia di uno degli indiscutibili protagonisti della storia dell’arte contemporanea, che ha contribuito a rendere Napoli uno dei centri più importanti della produzione e della riflessione artistica degli ultimi decenni a livello nazionale e internazionale. Ma è anche la storia dei tanti artisti, collaboratori e compagni di strada che hanno condiviso la loro ricerca con Amelio. Ed è, in qualche modo, anche la storia che conduce, oggi, all’esistenza di un museo come il Madre.

Attraverso le diciannove sale della mostra (terzo piano e secondo cortile del museo di via Settembrini), è possibile ritrovare tutti i grandi artisti nazionali ed internazionali, esponenti di diverse correnti, con cui Amelio ebbe fruttuose collaborazioni e scambi di esperienze. Si parte con gli italiani Manzoni, Burri e Fontana. Altra grande figura è Jannis Kounellis che, a fine anni Sessanta, avviava la sua ricerca sui materiali primari.

La mostra, che si concentra sugli anni dal 1965 al 1982, ovvero gli anni fondativi di un metodo e di una visione dell’arte culminati appunto con la costituzione della Fondazione Amelio e la genesi di Terrae Motus, presenta opere fondamentali di più di cinquanta artisti, risultato di una meticolosa ricerca d’archivio sulle mostre organizzate da Amelio, insieme a un imponente corredo documentario costituito da una selezione di più di cinquecento documenti storici, molti esposti per la prima volta, provenienti dall’Archivio Amelio e da altri archivi pubblici e privati: lettere autografe, progetti di mostre e schizzi di allestimento, fotografie, inviti, manifesti, libri, cataloghi, brochure, edizioni numerate, progetti architettonici ed ingegneristici.

Sono  esposte al pubblico per la prima volta numerose opere dei più grandi artisti della seconda metà del Novecento e documenti (lettere, inviti, fotografie, documenti);  è possibile ripercorre la storia e l’operato di Amelio, che contribuì a rendere Napoli, durante gli anni Sessanta, una capitale dell’arte contemporanea mondiale.

Molto spazio è dedicato ad esponenti dell’Arte Povera, che ritroviamo nelle opere di Mario Pistoletto, Mario Merz, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro. Numerose le testimonianze tra relative al 1980, anno centrale per la storia della Galleria quando avvenne il grande confronto tra due diverse, se non opposte, concezioni di arte tra l’europeo Joseph Beuys e l’americano Andy Warhol. L’eccentrico esponente della pop art venne a Napoli per la prima volta nel 1975, in occasione del compleanno dell’amico gallerista,  per donargli quattro ritratti (anch’essi esposti al Madre, insieme ad altri realizzati per collezionisti napoletani).

All’indomani del disastroso terremoto che nel novembre del 1980 devastò Campania e Basilicata, Amelio ne fece scaturire il progetto reazionario “Terrae Motus”: anche l’arte poteva e doveva contribuire alla rinascita culturale e morale delle zone colpite.   Grazie all’intuizione del gallerista napoletano,  Terrae Motus nacque dall’intento di opporre la forza creatrice dell’arte alla violenza distruttiva della natura. “Quella notte stessa – avrebbe scritto più tardi – ricevetti le prime telefonate. Gli artisti chiedevano: possiamo fare qualcosa? Subito ebbi l’idea che l’arte c’entrava in qualche modo. Si doveva rispondere all’evento catastrofico. C’era dell’energia nell’arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla Terra”.  Così  ebbe l’idea di creare a Napoli un cantiere work in progress sul tema del terremoto:  arrivarono a Napoli artisti da ogni parte del mondo, di fama consolidata e giovani destinati ad emergere in futuro, e videro con i propri occhi la tragedia di Napoli e dell’Irpinia. Ciascuno di loro realizzò un’opera segnata dall’espressione di quei giorni. E la collezione Terrae Motus è  divenuta una delle più importanti raccolte pubbliche di arte contemporanea in Italia.

L’artista napoletano svolse un ruolo chiave anche per la diffusione delle ricerche della “Transavanguardia” sostenendo, fin dalla metà degli anni Settanta il lavoro di Francesco Clemente, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. La mostra è stata realizzata a cura di Andrea Viliani (direttore del Madre) e Paola Santamaria, col contributo del comitato scientifico composto da Anna Amelio, Giuliana Amelio, Achille Bonito Oliva, Michele Bonuomo, Nino Longobardi, Giuseppe Morra, Paola Santamaria, Eduardo Santamaria e Angela Tecce.

Cosa manca di Lucio Amelio nella Napoli di oggi? Dice Giorgio Verdelli,  amico e produttore:”La creatività e la leggerezza. Certo, purtroppo viviamo in tempi molto diversi. Esiste un’emergenza sociale che forse all’epoca non c’era. Ma Lucio era un grande provocatore. Oggi nessuno riesce a seguire la scia

Egli stesso del suo essere napoletano diceva:“Io penso di essere l’espressione di questa città. Sono nato alla Vicaria Vecchia, ai Tribunali, figuriamoci! Infatti a Milano di Luci Amelii modestamente non ne trovi ad ogni angolo, modestamente. Perché? Ma perché Milano è un agglomerato urbano, non una città. Napoli è una città! Con un popolo! Penso che avendo capito questo sono perciò rimasto a Napoli dandovi un contributo”.

 

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