Questa rubrica comincia con una precisazione, una sgargiante buffoneria, un ricordo.

Non sono un chef de cuisine; ovvero, fondamentalmente, un cuoco. Nessuno mi considera un esperto;  un tecnico non dico della zucchina alla brace, ma neanche del polipo affogato codardamente; puttanescamente magari. Non sono titolato, cioè, in alcun modo, a parlare delle cose di cui parlerò.

Questa è la precisazione.

La buffoneria, come risulterà evidente, deriva dalla convinzione di saper parlare con perizia delle cose, belle, di cui dirò; senza averne titolo; ottenendo perdono pur senza invocarlo; non foss’altro che per la meritoria, coraggiosa scelta di evitare almeno l’improprio, osceno utilizzo del pronome possessivo cui sembra doveroso ricorrere ogni qual volta la descrizione delle manovre in atto in cucina induca l’animo a struggersi  a tal punto da dissolvere l’Io del cuoco nell’indistinto magma del Noi : prendiamo la nostra padella, il nostro olio, i nostri gamberi, i nostri neuroni, perduti  nel caotico spazio delle illusioni fritte  in modo indistinto.

Un cuoco non deve saper leggere e scrivere, è vero. Non necessariamente. Un cuoco deve saper cucinare.  Sarebbe pertanto perdonabile l’utilizzo improprio del pronome se solo i cuochi la smettessero di atteggiarsi ad intellettuali. Se solo la smettessero di arieggiare la loro finta, timida, insicura spocchia, costruendo una miniatura di ego commestibile su  una patatina quotata in borsa.

 Io so leggere e scrivere. E so anche cucinare.  O almeno: so cucinare meglio di come un cuoco, in media, legge e scrive. Nel complesso sono meglio. Certamente sono meglio.

Passo al ricordo.

Gli anni ’70 saranno commemorati non solo per il cumulo, esteticamente discutibile, di rombi e zampe d’elefante. Solleticherà la nostra immaginazione anche il ricordo della tecnologia prêt-à-porter; il ricordo della puntualità quaresimale con cui la Scuola Radio Elettra inviava ai novelli Icaro il componente indispensabile per terminare la propria opera ed ascendere senza remore ai cieli della scienza applicata. La costruzione di una radio, di un televisore, di un frigorifero, di un missile nucleare, a portata d’intelletto assemblante.

Ed è alla Scuola Radio Elettra che ho pensato quando ho rivisto la foto della mia (non nostra, mia!) composizione ortoittica: vivida, espressiva. Ho immaginato il postino che recapita, ogni settimana, un pezzo da assemblare. Ecco le seppie (previamente pulite, collocate su carta da forno e poste (ovvio, no?) in un forno pre-riscaldato a temperatura non aggressiva, 100°, per circa 20 min; solo cosparse di un goccio di olio d’oliva extravergine, sale e pepe macinato al momento); ecco i finocchi, i ravanelli, il cipollotto, i piselli (previamente resi teneri dalla bollitura); ecco il cucchiaino di zenzero grattugiato. Il tutto finemente affettato e assemblato con una formina, con quantità di ciascun ingrediente oscillanti a seconda del gusto personale.

L’ho chiamata insalata Campania; perché in Campania c’è anche il mare, oltre che l’orto. Ed è esattamente come vorremmo la Campania fosse, ora che è primavera e  che le seppie sbocciano dorate sugli alberi, e i finocchi tentano, coi ravanelli, di resistere non dico all’assurda tendenza all’improprio uso del pronome, ma ai fetidi effluvi delle discariche ecoballose inceneritorie.

Prendiamo la nostra Campania, dunque.

 

 

 

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