Arrivo a Singapore certa che avrei trovato un angolo di Asia in cui è impresso ritmo e produttività; non a caso con Korea del Sud, Taiwan e Hong Kong negli anni novanta è stata definita una delle tigri asiatiche e non certo perché le sue giungle erano di salgariana memoria.

Quello a cui non ero preparata, è che di questo posto mi potessi quasi far innamorare; nonostante tutto potrebbe essere uno dei pochi in Asia dove, se non fosse per il caldo, potrei pensare di vivere.

Aiuta tanto l’eredità di ex colonia britannica, qui la lingua ufficiale è l’inglese, quindi non devo combattere ogni momento cercando di farmi capire atteso che sono troppo vecchia per pensare di imparare altri idiomi tanto lontani dalla mia cultura.

Singapore è una città-stato di poco più che 600 km costituita da un arcipelago, la cui isola principale ospita la metropoli e guarda, verso la terraferma, la giungla della Malesia; considerata la latitudine, colpisce non solo il verde, ma i tanti i colori dei fiori, d’altronde l’aspetto assai curato, mi spiegano, è perché c’è un ministero ad hoc per la cura del verde pubblico che dà lavoro a un numero consistente di persone. L’architettura della città tradisce le origini coloniali, ci sono delle strade con fabbricati a un piano di indiana memoria, ovverosia bottega a pianterreno, casa a primo piano. Questi stessi edifichi, però, oggi si specchiano nei vetri che, spesso, danno leggerezza ai grattacieli: una costante contaminazione fra passato e presente, molto ben combinata, diversamente da quanto avrei visto, poi, a Taiwan.

In questi giorni, poi, tanti sono i preparativi per la festa del cinquantennale dell’indipendenza, il prossimo 9 agosto.

Singapore è divenuta stato oramai mezzo secolo fa e non ha mancato di espandersi allargandosi sul mare. Quando gli inglesi sono andati via, questa città è entrata a far parte della Malesia, ma il matrimonio, si fa per dire, non era stato coronato dal “vissero felici e contenti”.

La ragione di ciò parrebbe da ricercare nella forte presenza di popolazione di origine cinese, con una naturale propensione a prendere le redini, la qual cosa pare non piacesse molto al governo malaysiano e, di qui, il divorzio consensuale dopo appena un anno. L’indipendenza, contrariamente alle attese, ha finito per proiettare Singapore nella modernità, tanto da farla diventare uno dei piccoli paradisi dell’Asia.

Padre fondatore illuminato, diciamo così, Lee Kuan Yew che ha tracciato i destini di questo stato, da sempre multietnico, la qual cosa non può che aiutare uno straniero a sentirsi a casa.

La popolazione si divide fra cinesi, malaysiani, indiani, euroasiatici, expact, termine inglese per definire gli stranieri residenti e che mi sono domandata se, nell’origine semantica, volesse ricordare il forte senso di patria degli anglosassoni, anche quando vivono lontano e, dunque, fuori dalla loro patria.

L’economia si regge sulle attività finanziarie e portuali, non a caso, Singapore è il secondo porto asiatico dopo Shanghai. Le attrezzature per la movimentazione dei container sono impressionanti, già solo per le altezze che raggiungono.

La città non è, però, solo vetro, acciaio, cemento e verde. È anche famosa per le orchidee, il fiore simbolo, tant’è che una specie ne porta il nome. Un suggerimento vorrei darlo a chiunque venga qui, non importa se per affari o per vacanza, i suoi casinò l’hanno, infatti, resa una delle destinazioni più turistiche dell’Asia. Bisogna, assolutamente, far tappa ai giardini botanici che, credo, abbiano ispirato l’albero della vita all’Expo. Ovunque ti giri, un trionfo lussureggiante di vegetazione, dove le orchidee maestosamente danno colore, mentre di notte sono le luci artificiali che delineano la sagoma di queste installazioni nel verde.

Allo scoccare del terzo giorno rivedo Lukas, l’americano del New Mexico, con il cappello da Grande Gasby nella foto che gli ho scattato qualche settimana fa, mentre era in visita in cantina con la sua fidanzata. Responsabile Beverage del Marine Bay Sands, in gergo MBS, mi ha organizzato una degustazione con tutti i più importanti sommelier di questa grande macchina da soldi, nel ristorante più alla moda del posto, da Mozza, perché Bastianich ha messo tende anche qui. Scopro tutto questo andando in giro, la prima presentazione, si fa per dire, del Marina Bay Sands, era avvenuta da lontano, dalla terrazza del più famoso ristorante italiano della città, Zafferano. Mi ero chiesta, francamente, come mai l’architetto avesse partorito l’idea di piazzare una barca, meglio un gommone, sulla sommità di tre grattacieli. Poi, il sommelier di Zafferano mi aveva spiegato che voleva essere una scimitarra stilizzata che taglia l’orizzonte della città, teoria che avevo trovato, a dirla tutta, ancora più inquietante. Architettura a parte, la vista panoramica dalla terrazza del MBS è mozzafiato e, ora che sono lì, me la godo tutta mentre parlo con Lukas. Al momento dei saluti, ho ancora il dubbio se stasera, quando tornerò, sia meglio sorseggiare il “Singapore Sling” o il “Malacca Mojto”. La mia visita di lavoro è agli sgoccioli e i padroni di casa decidono di offrirmi una serata dai sapori locali. Si va ad un coffee shop, un posto dove il caffè, forse, è l’ultima cosa da ordinare.

C’è da fare una premessa, qui come in altri luoghi dell’Asia, complice gli spazi abitativi limitati, potresti far a meno anche della cucina a casa, tanto mangiar fuori costa due soldi. I tipici posti dove la gente va a mangiare sono di due tipologie: Hawkar center e coffee shop.

I primi, di proprietà statale, sono attrezzati con stand gastronomici e aree attrezzate di degustazione, realizzate in muratura, dunque self service. I secondi, di proprietà privata, hanno, talvolta, il  servizio al tavolo. Dove andiamo stasera, non si beve solo tè, il proprietario ha anche una piccola cantina di vini, perfettamente refrigerata e dove è piazzato il tavolo che ci ospita, l’unico in luogo fresco.

La cena ha uno strano inizio: uovo con foie gras, sapori francesi ai margini della penisola di Malacca. Capirò, poi, nella mia prossima tappa che questo gusto piace molto in oriente.

Provo anche con Mario e Pierluigi a sfidarci ad immaginare abbinamenti cibo vino in chiave Terredora e più generale italiana.

Per me questo piatto è da Fiano di Avellino Campore, mentre loro mi dicono un Pinot Bianco Altoatesino o, addirittura, un Prosecco di Valdobbiadene.

Si continua con gli Hokokien Mee, dei noodle di soia dove io vedrei una Falanghina Campania, mentre loro un Müller Thurgau,

Arriva, poi, un pesce cotto al vapore, con salsa di soia ed erbe su cui io bevo del Greco di Tufo, mentre loro ci vedrebbero anche un Valpolicella leggermente fresco o un Pinot Nero Trentino.

La griglia di carni: Saty, maiale con crema di arachidi, anatra e agnello è perfetta per il Taurasi come per l’Amarone.

Ci raggiunge Mr Pang che comincia a saggiare i vini, alla fine ci lista la Falanghina e Il Principio, il nostro Aglianico invecchiato, ma la serata non finisce qui.

Arriva il Kaye Toast, tra i cibi, uno dei simboli di Singapore.

È del pane tostato che si mangia con una marmellata di foglie di pandan, molto dolce, e su cui ci viene offerta della grappa.

La serata non finisce qui; Mr Pang ci porta nella sua smoking room a fumare il sigaro e, poi, mi sfida ad assaggiare il Durian. È un frutto tropicale, che i singaporiani amano molto e di cui avevo scoperto l’esistenza sin dal lunedì del mio arrivo. Trionfa su tutte le bancarelle di frutta della città, ma ha un odore, davvero, pestilenziale, mi ricorda l’olezzo delle discariche in fermentazione. Una sfida è una sfida, mica potrò farmi piegare da un frutto, per quanto maleodorante. Ne prendo un pezzetto, di sapore, come dicono loro, non è cattivo, ma il retrogusto ti ricorda tutto quello che avevi percepito all’olfatto….

Terminata quest’insolita cena e salutato Mr Pang, come da programma si torna nel luogo che qui è simbolo della vita notturna, l’MBS. Decido, alla fine, di provare, dopo il Kaye Toast e il Durian, il Singapore Sling e con gli occhi, pieni delle luci che ne illuminano il panorama notturno, dico good bye a questo smeraldo d’Oriente.

 

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