I sapori e gli odori segreti dell’Irpinia

Era una domenica come tante, dedicata al relax, in attesa di ricominciare con la ruotine lavorativa post natalizia.
All’ultimo minuto, decidiamo di andare a pranzo fuori e la scelta ricade su di un posto dove torniamo sempre con piacere per la buona cucina, ma anche per il calore dell’oste e della sua famiglia. Questa è gente impegnata a fare accoglienza in uno dei paesini d’Irpinia, dove il terremoto, e non parlo di quello dell’Ottanta, ma di quello del 1962 che colpì la zona dell’Ufita, ha cancellato la storia di Melito Irpino che fu, poi, ricostruita in altro sito.
Veniamo qui, infatti, per la famiglia Di Pietro; il paese non ha nulla dei vecchi borghi dell’Italia meridionale che, anche quando non sono curati, conservano una certa bellezza che ricorda quella di una bella donna con tante rughe in volto: la vita l’ha segnata, anche duramente, ma lei resiste con grazia, malgrado tutto.
Sono passati decenni da quando ragazzina venivo con i miei genitori e, oltre ad Enzo e Teresa, ti accoglieva Don Pasquale, un uomo d’altri tempi, con una certa bonaria durezza dovuta agli anni vissuti da emigrante in Sud Africa. Oggi, non c’è più né Don Pasquale né sua moglie; c’è il figlio Enzo, un uomo dal carattere spigoloso, ma che non si arrende nonostante la difficoltà di chi deve lavorare in queste remote colline della Valle d’Ufita. Teresa è sua moglie, in cucina sin dai tempi di Don Pasquale e della moglie.
E’ chiaro che mi sento a casa in questo posto che porta avanti una tradizione gastronomica cominciata nel 1934 nella vecchia Melito e continuata fino ad oggi. Con Enzo e Teresa, oramai c’è anche la figlia Anita, che trovi ai fornelli come, talvolta in sala, sempre con uno sguardo luminoso e un sorriso solare.
Chi è stato da Di Pietro almeno una volta, sa che qui trovi una cucina tradizionalmente autentica, un’atmosfera volutamente da osteria, ma con piccoli tocchi di raffinatezza che ti fanno star bene.
Gli sfizi degli antipasti, dove trionfa la mitica “sopressata” e i formaggi di questa zona d’Irpinia, sono perfetti per godersi un calice di Fiano di Avellino Terre Dora 2013. La minestra maritata con la pizza “gnonna” non può evidentemente mancare in tavola specie in queste prime giornate fredde d’inverno. Arriva una bottiglia di Taurasi Campore Docg 2006 e ci sono, per chi può mangiarli, i mitici ravioli di ricotta al ragù o i cavatelli alla borragine, per non parlare della cacciagione e l’agnello.
Io decido, però, ti tenermi un po’ più leggera, siamo alla fine delle feste di Natale ed è il caso provare a convincersi che bisogna mettersi in linea. Cicorietta in brodo e, grazie ad Anita, mi arriva in tavola una pietanza da favola: peperoni cruschi con uovo fritto che mi piaceva abbinato anche con la potenza di questo Taurasi non più giovane e, dunque, rotondo ed equilibrato, un Taurasi che mi suggerisce l’immagine “pugno di ferro in guanto di velluto” cara a Thackeray.
Dopo aver evitato focacce, pizza, ravioli e quanto altro, cado nella tentazione della croccante, mitico dolce della mia infanzia, anche se Teresa lo lavora in una maniera tutta sua, da consentirle, all’occorrenza, di realizzare anche vere e proprie sculture. Da bambinetta per me la croccante era il dolce di Natale, fatto di zucchero e mandorle amalgamate e versate a raffreddare sul piano di marmo della cucina di mia nonna materna. Teresa tritura le mandorle e le lavora in uno strato sottile che rende il boccone decisamente delizioso.
Mentre il pranzo volge al termine ed è l’ora del caffè, sollevo lo sguardo alla mia destra.
Sono seduta ad un tavolo diverso dal solito e non avevo mai notato che, fra le collezione di foto di Melito Vecchia, articoli di giornali dei tempi andati, c’erano degli schizzi di scarpe da donna.
Ovviamente le scarpe sono l’oggetto del desiderio di tanta parte dell’universo femminile, me compresa che, nonostante le troppe paia, non ha mai la calzatura giusta.
Mi colpisce la modernità di quegli schizzi e chiedo ad Enzo come mai c’è esposta quella raccolta abbastanza fuori tema rispetto all’ambiente. L’oste mi risponde che sono lavori realizzati negli Anni Settanta da uno zio modellista, un tal Belmonte Armando, oramai da tempo mancato.
Certamente le sue scarpe non state indossate dalla divine di Hollywood, come è accaduto per un altro irpino conosciuto in tante parti del mondo, Ferragamo, che, ai più, sfugge non essere fiorentino, ma partito a fare fortuna da un altro comune d’Irpinia, Bonito, terra che dà i natali ad Aglianici fra i più morbidi e rotondi prodotti in questa provincia.
Ovunque, sia che sia cibo in tavola, vino nei calici, arte e cultura alle pareti per decorare l’ambiente, tutto parla di sapori d’Irpinia.

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