“Il selfie è uno specchio, un’illusione di specchio, un momento egoista intrappolato nel tempo” (Alicia Eler).

Per i  patiti dei selfie, i famosi autoscatti destinati ai social network, il 21 gennaio  è la loro giornata. Non solo, si potrà unire questa passione con un po’ di cultura. E’ la “Museum Selfie Day”, la giornata internazionale dell’autoscatto nei musei. Per un giorno le fotografie saranno bene accette in molti musei nel mondo. Purché siano autoscatti, e senza flash.

A Napoli, in particolare, il Museo Madre a largo Donnaregina, offre al suo pubblico, per esplicita concessione degli autori, di ritrarsi nelle sale che ospitano le grandi installazioni site specific di Domenco Bianchi, Francesco Clemente, Luciano Fabro, Sol LeWitt, e Mimmo (orario apertura 9-18). Partecipare all’evento è molto semplice: basta scattarsi una foto e condividerla, accompagnandola all’hashtag #Museumselfie e taggando l’account ufficiale @MuseumSelfieDay, accanto a @Museo_Madre.

#MuseumSelfie, appuntamento che vuole tutti impegnati con smartphone e tablet a scattarsi istantanee con telefonini e tablet di ogni tipo, purché realizzati nei musei o negli spazi espositivi più disparati. Un evento ideato dal gruppo Culture Themes, con l’obiettivo di utilizzare la moda del momento per riscoprire i musei. L’ìdea è stata di Adrian, che qualche tempo fa da Londra ha postato una curiosa “lavagna” di scatti trasformando un buffo tricheco nella star del momento. E’ nata così la “Selfies with the Walrus Pinterest Board” che pubblica tutti gli autoscatti realizzati all’interno dell’Horniman museum and gardens di Londra con protagonista oltre all’autore dello scatto, il walrus, un tricheco che nel 1893 entrò a far parte della collezione del museo.  se il museo è il punto di partenza per la nuova web mania, il museo, virtuale e reale, è anche uno dei punti di arrivo per chi vuol vedere i risultati di tutto questo fermento. È cliccatissima la pagine del Museum Selfies (http://museumselfies.tumblr.com/) che colleziona i migliori scatti trasformandoli in qualche modo in opere d’arte.

L’obiettivo è di avvicinare soprattutto i più giovani alla conoscenza e utilizzo dei beni culturali. Un progetto che mira a spronare le persone di tutto il mondo verso la cultura e l’arte attraverso l’uso dei social network. In un momento di crisi e tagli alla cultura, i musei non possono che trarre benefici da questa iniziativa. Il selfie sbarca nei musei, rischia di diventare opera d’arte e con i tempi frenetici imposti dal web celebra subito la sua Giornata.  Come ha stabilito il gruppo Culture Themes che ha lanciato l’iniziativa. “Selfie” è un neologismo di cui l’Oxford Dictionaries dà la seguente definizione: “Autoscatto fatto con uno smartphone o una webcam e poi pubblicato sul web”.

In sostanza indica l’abitudine diffusa fra gli utenti dei social network, soprattutto giovani ma non solo, di fotografarsi per poi pubblicare immediatamente la foto su Twitter o Facebook.

Elici e sorridenti, postarsi a caccia di “like”. Voglia di piacere, con una moda diventata in breve popolarissima, o come si dice sul web “virale”, tanto che la parola “selfie” si è aggiudicata il titolo di parola dell’anno 2013, con un incremento d’uso pari al 17 mila per cento rispetto all’anno precedente.

Il selfie è una traccia con la quale ci si fotografa  per  certificare la propria  esistenza,  per condividerla, per entrare in dialogo. L’essere diventa un condividere. Con il selfie ci mettiamo infine al centro della narrazione continua che ormai da anni costruiamo sul web sociale, ci elegiamo protagonisti del nostro personale reality show.  Il reale destinatario del selfie non siamo noi stessi ma gli altri, più che al narcisismo a me fa pensare ad un imperante bisogno di attenzione. Non così diverso tuttavia da quello dell’aggiornamento di status o del tweet, alla ricerca delle stesse conferme in forma di “mi piace” o stelline, forse anche un po’ più onesto nonostante i filtri. Dopotutto, l’essere umano in quanto animale sociale ricerca conferme da sempre. E quanto aiutano i filtri a riceverne. C’è chi si domanda se sia davvero arte. Di certo, se selfie è stata la parola più utilizzata negli ultimi mesi un motivo c’è.

Roland Barthes scriveva negli anni 80 del secolo scorso:”Io vorrei insomma che la mia immagine, mobile, sballottata secondo le situazioni, le epoche, fra migliaia di foto mutevoli, coincidesse sempre con il mio io (che come si sa è profondo); ma è il contrario che bisogna dire: sono io che non coincido mai con la mia immagine; infatti è l’immagine che è pesante, immobile, tenace (ecco perché la società vi si appoggia), e sono io che sono leggero, diviso, disperso e che, come un diavoletto di Cartesio, non sto mai fermo, mi agito dentro la mia buretta: ah, se la Fotografia potesse darmi un corpo neutro, anatomico, un corpo che non significasse niente! Invece, ahimè, sono condannato dalla Fotografia – la quale crede far bene – ad avere sempre un’espressione: il mio corpo non trova mai il suo grado zero, nessuno glielo dà. (Forse solo mia madre? Infatti, non è l’indifferenza che toglie il peso dell’immagine – niente di meglio di una fotografia “obbiettiva”, del tipo 4 minuti 4 foto, per fare di voi un galeotto, un ricercato dalla polizia – ma è l’amore, l’amore estremo).”

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