Presentato, presso la Libreria Feltrinelli di Piazza dei Martiri, il nuovo saggio di Gigi Di Fiore “Briganti” dal sottotitolo “Controstoria della guerra contadina nel Sud dei Gattopardi”.
Un’altra “controstoria” per l’inviato del Mattino che ancora una volta rilegge, in contraddittorio con la storiografia ufficiale la “guerra contadina” che fu il brigantaggio.
A presentare il libro davanti ad una sala pienissima con pubblico lungo i muri e sulle scale, Marco Demarco e Carmine Pinto, mentre Eugenio Bennato, impegnato in un concerto a Vallo della Lucania ha inviato un sentito messaggio di saluto.
Il Professor Carmine Pinto ha illustrato le caratteristiche del lavoro che si incentra sulla storia di tre figure di briganti, spinti da motivazioni diverse: Carmine Crocco, il “generale dei briganti” protagonista della lunga marcia attraverso la Basilicata; Cosimo Giordano che sollevò il Sannio contro i bersaglieri; Pasquale Romano, detto “Enrico la Morte”, che guidò lo scontro fratricida per le strade di Gioia del Colle. Le loro storie si intrecciano, con lo stile ormai collaudato di Di Fiore, con tante altre storie di contadini ribelli. Pinto ha pure esaminato le motivazioni per cui queste storie e queste analisi della storia hanno grande successo presso il pubblico e non restano, come tante altre similari, nelle stanze degli accademici.
Più critico l’interveneto di Marco Demarco, non tanto sul lavoro, ma sul titolo, che avrebbe sostituito in “Manutengoli” e sulla mitizzazione che le storie dei Briganti hanno presso un “certo “ pubblico. Ardito il paragone con la figure di altri perdenti della storia come i pellerossa per spiegare quanto denunciato dal libro sulla mancanza di filmografia sull’argomento. Interessante la rilettura storica dell’avversione del Paese nei confronti del Sud, che se parte certo dalle teorie del Lombroso, ebbe il suo affermarsi ad inizio 900, quando i socialisti vollero giustificare una certa “inerzia” rivoluzionaria delle popolazioni meridionali.
L’autore ha concluso la presentazione citando le fonti e sottolineando di come il diario personale di Cialdini abbia svelato come le “fonti ufficiali”, spesso snobbate dagli stessi studiosi accademici siano state esse stesse edulcorate.
«Lo Stato italiano ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri». Queste le parole con cui Gramsci commentò gli avvenimenti che insanguinarono le campagne di quello che era stato il Regno delle Due Sicilie in concomitanza con la unificazione nazionale. Le truppe piemontesi, definite dalla storiografia ufficiale come un esercito di liberazione, che avrebbe dovuto riscattare i “cafoni” del Sud, si rivelò essere una vera e propria forza di repressione a difesa di una nuova dominazione violenta, statale e di classe.
Parallelamente, i “briganti”, criminalizzati dalle cronache del tempo si rivelano eroi popolari, rivoluzionari romantici costretti a combattere contro un governo violento, tiranno, che parlava un’altra lingua e che risiedeva in un luogo sconosciuto ai più.
A scatenare quella guerra tuttavia non fu solo lo Stato italiano. Come accennato nel sottotitolo, Di Fiore punta il dito contro i “Gattopardi” meridionali: proprietari terrieri e notabili che manovrarono la ribellione per i loro interessi, per smuovere le acqua al fine di continuare a detenere il potere. Una classe dirigente rimasta al suo posto facendosi scudo con la violenta repressione e le armi dell’esercito. Una classe dirigente che ancora oggi è il principale male del Sud.

 

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