Adottare un adolescente? Si può fare!

L’età media dei bambini adottati, sia italiani che stranieri, sta gradualmente aumentando, vuoi per il maggior numero di bambini grandi disponibili per l’adozione rispetto a quelli abbandonati alla nascita, vuoi per la sempre crescente età delle coppie che si avvicinano al percorso adottivo, essendo l’adozione spesso la terza opzione dopo aver registrato l’impossibilità di una gravidanza naturale e il fallimento della procreazione medicalmente assistita, e data l’opportunità (stabilita anche dalla legge) di non creare troppa differenza d’età tra genitori e figli. Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva e direttore dell’Istituto di Ortofonologia di Roma (IdO), afferma che è comprensibile che i genitori adottivi puntino ad un bambino il più piccolo possibile, perché questo li aiuta a sentirlo proprio, e perchè hanno paura di non saper rispondere a domande o comportamenti che dipendono da un passato difficile e spesso sconosciuto. Certamente infatti adottare un bambino grande o un adolescente presenta delle peculiari difficoltà, legate al fatto che spesso questi ragazzi hanno un vissuto pesante di dolore, violenza, trascuratezza e abbandoni, sia dalla famiglia originaria che da figure successive di accudimento, che possono comprometterne autostima, fiducia, legame di attaccamento, ma ciò rende ancora più significativa e profonda la dimensione sociale e il valore umano di questo tipo di adozione. L’adozione infatti, ricorda Castelbianco, rappresenta l’esempio più alto e generoso del sentimento genitoriale, e ciò è ancor più vero nel caso di adozioni di bambini “difficili”.  L’adozione di un adolescente rappresenta infatti sì una sfida complessa, ma anche l’unica possibilità di offrire a questi giovani un futuro diverso che diventare adulti in istituto o casa-famiglia. Normalmente, qualunque adolescente tende a mettere in discussione l’autorità, i principi, le regole e i comportamenti dei genitori per costruire ed affermare una propria identità altra, ma in una famiglia appena formata, con ancor breve esperienza di convivenza e rapporti fiduciari reciproci ancora non saldamente consolidati, l’impatto della crisi può essere devastante, anche perché il ragazzo può mettere in atto più o meno inconsciamente comportamenti provocatori per “testare” attaccamento e disponibilità dei nuovi genitori, mentre i genitori possono attribuire a rifiuto e disistima nei propri confronti la sua crisi adolescenziale. Simona Giorgi, psicologa e psicoterapeuta dell’Unità funzionale di Salute mentale dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Azienda Asl 3 Pistoia, oggi confluita nella Asl Toscana Centro, e autrice del libro “Cavalcando l’arcobaleno. Favole per raccontare ai bambini adottati la loro storia riunita dai colori della fantasia” (Edizione Magi), ha spiegato molto bene su DIRE le dinamiche che si sviluppano: “Non andavo bene? Non ero giusto? Perchè mi ha abbandonato? Nella testa dei bambini adottati ci sono paure simili a cavalli che galoppano a velocità supersonica. Abbandonati prima dalla mamma naturale, poi il distacco dall’istituto e talvolta altri passaggi di istituti o famiglie affidatarie, fino all’arrivo nella nuova famiglia. E i loro timori non finiscono qui: chi li rassicura di non essere rispediti al mittente e che stavolta questi due adulti fanno sul serio? Si apre così la fase del testing, quella in cui i bambini adottivi provocano gli adulti fino all’estremo per vedere se la famiglia adottante non li restituirà. Non vogliono rivivere la peggiore angoscia che esiste nell’essere umano, l’angoscia di separazione ovvero l’abbandono. Reagiscono a questa sofferenza tirando fuori quella che considerano la parte più cattiva di sè: la rabbia che in realtà non è altro che la parte finale della sofferenza”. Per questo la dottoressa formula la metafora dell’arcobaleno: il ponte che unisce il passato al futuro, il trauma (la pioggia da cui origina) alla quiete (i raggi di sole). Importante è non cadere nel tranello, comune anche per le famiglie biologiche, di accontentare ed accondiscendere i ragazzi per ingraziarsi la loro benevolenza: il conseguimento di una propria identità ed autonomia da parte dell’adolescente richiede che esistano dei limiti posti dai genitori che gli consentano di misurarsi ed autoregolamentarsi. In “Adottare un bambino grande: la valutazione della propria disponibilità” (2007),  iil portale www.adozionepercorsi.it , la dottoressa Loredana Paradiso, psicologa clinica e di comunità, psico-pedagogista e docente di alta formazione, direttore scientifico dell’associazione AdozionePercorsi,  ben sottolinea a cosa debba essere disponibile una coppia che sceglie di adottare un adolescente ai fini di realizzare costruttivamente questo particolare percorso adottivo: a partecipare alle sue emozioni di tristezza, di dolore, di paura, ma a volte anche di rabbia e di aggressività; ad accettare i suoi comportamenti, che dalla preadolescenza sono tipici di un carattere ormai formato; a seguirlo nel processo di cambiamento del suo corpo e delle sue esigenze; ad accettare e accogliere le sue difficoltà di inserimento nella scuola e nella società; ad aiutarlo nel percorso di costruzione della fiducia nei rapporti con i coetanei; a trasmettergli la fiducia negli adulti nonostante le sue esperienze pregresse lo portino a pensare che ciò non sia possibile; a contenere la sua rabbia e la sua aggressività anche se non nasce da problemi di relazione con i nuovi genitori; a permettergli di trovare nello spazio familiare il terreno per sfogarsi; a comprendere i suoi errori e accompagnarlo nella loro comprensione; a resistere alle provocazioni mirate a mettere alla prova la propria determinazione di tenerlo; a comprendere il suo disorientamento di fronte a sfide e insuccessi di ogni giorno; a porre attenzione alla sua autocoscienza e a far rispettare i limiti necessari al suo corretto sviluppo; a perdere autorità genitoriale per cercare di mantenere autorevolezza in quanto adulti; a sopportare lo smantellamento dell’onnipotenza che ha loro inizialmente attribuito, sostituendola con un rispetto che dovranno quotidianamente meritarsi; ad attendere che compia un percorso di perdita di se stesso per favorire un suo ritorno più “adulto”; a rassicurarlo nei confronti del presente per provargli le sue capacità a gestire i problemi quotidiani; a rassicurarlo in presenza di stati di ansia, di incertezza e di paura legati alle sue esperienze vissute; a rassicurarlo rispetto al futuro rispetto alle opportunità di essere quello che desidera, sempre seguito e aiutato all’occorrenza dai genitori; a trasmettergli la certezza che non sarà abbandonato di nuovo anche in presenza di difficoltà nel rapporto con la nuova famiglia; ad evitare di fare una valutazione dell’adozione come confronto tra quello che si “è dato” e quello che si “è ricevuto” in relazione ad affetto e riconoscenza; a non usare mai l’adozione come alibi per giustificare comportamenti tipici di tutti i ragazzi della stessa età; ad accompagnarlo in modo discreto nel suo eventuale desiderio di ricerca e ricostruzione della memoria della sua storia e delle sue origini. Due sono le principali trappole psicologiche in cui bisogna che i genitori adottivi evitino di cadere per il buon successo di un’adozione, e in particolare in questo tipo così delicato di adozione di un adolescente: una, la indica Loredana Paradiso, è l’atteggiamento di attribuirsi, in una sorta di narcisismo adottivo, un ruolo eroico di salvatori del figlio adottato che, conseguentemente, deve essere pronto ad esternare affetto e riconoscenza verso la generosità dei genitori; l’altra, all’opposto, la sottolinea Castelbianco, è il sentirsi inadeguati, insicuri della propria capacità genitoriale, sentirsi preoccupati di non essere all’altezza del nuovo ruolo. Invece i genitori adottivi devono capire che non sono né migliori né peggiori dei genitori biologici. Perché essere genitori è un parto della mente. Un bambino, si dice, nasce quando viene pensato.

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